• Anna Baracchi

Change management? Come lo Smart Working può fare da ponte verso il cambiamento..

Eccoci con un nuovo spunto….

Abbiamo parlato di smart working e di come sia difficile ancora attuare questa metodologia di lavoro in toto, per differenti motivi. Ma abbiamo anche parlato dei benefici e vantaggi dello smart working. È naturale dunque chiederci…se lo smart working facesse parte della nostra azienda come prassi, come alternativa al lavoro tradizionale?

Come possiamo portare l’azienda a cambiare o semplicemente ampliare la scelta della metodologia del lavoro?

Abbiamo citato i cambiamento di mindset, cambiamento culturale per approcciarsi allo smart working, per fare in modo che diventi dominio pubblico e non una tematica da temere.

Il cambiamento di mindset non è forse un processo di transizione che un’azienda svolge? ne consegue, spontaneamente, che sia un processo da gestire e dunque possa essere assimilato alla metodologia di “change management” in cui il cambiamento da attuare diventa prima un cambiamento di mindset e poi un cambiamento aziendale da agire per rendere il lavoro più agile.

La metodologia del processo di change management, prevede tre fasi, ognuna delle quali si articola in ulteriori step per attivare il cambiamento scelto che. Il processo si può applicare per qualsiasi mutamento un’azienda voglia affrontare ma è molto utilizzato per il cambiamento del mindset aziendale quando si vuole diffondere una cultura nuova.

Questo perché parte “dal basso”, dalla mentalità di ciascuno, dal creare una base comune, dai singoli, dalle persone che rimangono per tutto il percorso.

Se non cambiano le persone, non possiamo immaginare che cambi l’azienda intera. Se non sono le persone le prime promotrici del cambiamento e dunque le prime a sposare la causa, non possiamo aspettarci che l’azienda faccia un balzo in avanti.

Questa metodologia, pone le basi per permettere alle persone singole di ragionare sul cambiamento e di affrontarlo con serenità e fornisce inoltre strumenti e processi per riconoscerlo come “in atto” e gestire l’impatto umano che ogni trasformazione ed innovazione porta con sé, specie in una realtà in cui lavorano tante persone interconnesse tra loro.

Alla base di tutto questo processo, si è ovviamente accompagnati da professionisti che analizzano i bisogni dell’azienda e ne individuano l’obiettivo ed insieme studiano il percorso per raggiungerlo aiutando ciascuno a navigare le proprie emozioni che inevitabilmente vengono provocate dal cambiamento.

Si sa che ogni cambiamento comporta emozioni disparte e questo è inevitabile se iniziamo a smettere di pensare che il cambiamento sia un processo lineare. Non lo è ed è giusto che non lo sia: c’è chi il cambiamento lo vive con estrema gioia e si tuffa nel rischio e chi è restìo e deve prima sentire attorno a sé un clima e un “humus” positivo per poi entrarci in punta di piedi. In entrambi gli atteggiamenti vi sono delle emozioni precise sottostanti, che variano per ciascun individuo.

Purtroppo qui, non possiamo analizzare nel dettaglio tutte le sfumature di emozioni che ognuno prova, ma siamo certe che anche nelle due macro categoria vi siate già ritrovati.

Le emozioni che la metodologia di change prende in considerazione sono principalmente 6 e rappresentano quelle transizioni che si attraversano ruotando attorno al processo di cambiamento.

Attuare un cambiamento significa anche creare fiducia, fiducia reciproca tra chi propone il cambiamento e chi lo “subisce”, affinchè entrambi diventino promotori positivi del cambiamento, affinchè ci sia un ingaggio nel percorso di cambiamento, in cui ciascuno si senta responsabile di tale processo. Ognuno è un tassello del percorso.

Il percorso proposto dalla change Map è a tre fasi:

- Motivare

- Attivare

- Riflettere

Ognuna di queste fasi prevede delle transizioni di emozioni. Questo perché, come detto prima, si provano emozioni in ogni cambiamento ed è importante riconoscere e trasformarle in forza propulsiva.

La fase motivare, che riguarda la capacità di ingaggio delle persone nel percorso, presenterà in un primo momento un sentimento di frustrazione che si trasformerà in entusiasmo con il giusto contributo e accompagnamento.

La fase dell’attivare in cui si inizieranno a muovere i primi passi per il cambiamento, presenterà un sentimento di paura, poiché il processo ed i risultati sono ignoti, è un salto nel vuoto, un passo che ancora non sappiamo se andrà a buon fine. Questa paura, potrà diventare coraggio e stimolare e “attivare” appunto a procedere e navigare insieme.

La terza fase, dalla quale può poi ricominciare l’anello del cambiamento (nel caso in cui non abbia prodotto i risultati sperati), è la fase di riflessione, nella quale si fa il punto della situazione, si analizzano i progressi e si pianificano le prossime azioni e si ricomincia il percorso. Le emozioni in gioco in questa fase riguardano il giudizio iniziale che potrebbe bloccare il processo in quanto il giudizio è di per sé limitante, è una brusca dichiarazione personale su qualcosa che va o non va e rischia di irrigidire il processo. Questo sentimento deve essere trasformato in curiosità, che invece è una fonte interminabile di risorse, crea novità e proposte e rappresenta un atteggiamento positivo e innovativo che genera cambiamento.

Abbiamo visto dunque quante emozioni entrano in gioco nel ciclo della change map, assieme a tutte le altre sfumature che ognuno personalmente vive.

Ora ci piacerebbe sapere come vivi tu il cambiamento e, ascoltarti mentre ci racconti la tua esperienza di cambiamento.

Chiamaci o scrivici se vuoi condividere la tua storia!

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